Diario enotecario

giovedì, ottobre 25, 2018

Smellier, cloudier, juicier, more acidic and generally truer

Leggo solo oggi questo vecchio pezzo di The Guardian, che parla di vini naturali - quasi fosse un wine blog, per attirare click. No vabbe' dai, sto scherzando, si capiva, sì? Guardian scrive di vini naturali a modo suo, e cioè in modo assai rilevante e quindi questa lunga, lunga lettura la mettiamo da parte, perché è un ritratto molto esauriente. Prendetevi il tempo per leggere tutto, se ancora vi mancava.

Guardian riesce anche a dire alla veloce cosa sia un vino naturale, e per questo l'ho adoperato per titolare il mio post: "they tend to be smellier, cloudier, juicier, more acidic and generally truer to the actual taste of grape than traditional wines". Notevole anche l'immagine, che riciclo - una cosa a metà tra lo steampunk e il disaster movie.

sabato, ottobre 20, 2018

Cose da fare a Genova (questo fine settimana)

Anziché spiegare tanto, ecco che annuncia il Tg3 Liguria: è di nuovo tempo di Genova Beer Festival, la meglio rassegna birraria della regione, ma che dico, del mondo - dove peraltro il quipresente vostro si accinge ad abbinare sigari (sul genere toscano) a birre, come da foto, nel laboratorio di domenica sera. Insomma, che aspetti, ci si vede là, sabato sera e domenica all day long.

lunedì, luglio 02, 2018

Il vino croccante, che roba è

Tra i descrittori visionari che usano gli enofili per parlare di vino, il termine croccante sembra più visionario degli altri. Che diavolo vuol dire? A parte questa passione che abbiamo per trovare parole tanto grandiose quanto, ahem, oscure, descrivere un vino a volte diventa una specie di esercizio letterario. Non sfugge però che la letteratura sia un lavoro da letterati, mentre insomma noi siamo quello che siamo. Ma ci piace troppo. Quindi scusate, a volte anche a me scappa di dire "croccante" di un vino.

Cosa intendo io con quello? In sostanza immaginiamo di avere in bocca qualcosa che oppone qualche resistenza, pur essendo sottile. La sensazione di croccantezza è una specie di appagamento sensoriale in sé, e quando un vino sottile, cioè delicato e lieve, ha anche una consistenza golosa, finisce per essere descrivibile così: è croccante. Che poi i liquidi non sono croccanti lo sappiamo tutti, ma appunto qui si indulge parecchio nei toni letterari, a volte troppo. Poi ci pentiamo e chiediamo scusa, poi lo rifacciamo.

Per esempio l'ultimo vino croccante bevuto di recente è il rosé di Poggio dei Gorleri, a nome Bocca di Rosa. Una versione pink dell'uva ormeasco, una specie di parente del dolcetto che scollina dal basso Piemonte e passa le vacanze nella Riviera ligure di Ponente. Questo zerodiciassette nei miei appunti aveva "piccoli frutti rossi, bella tensione, salino nel senso del vento di mare, alla fine un po' di pompelmo rosa". Ci mancava solo che aggiungessi la croccantezza, e olè, abbiamo la descrizione completa.

Prezzo sugli 11 euro, fresco ed estivo. Si abbina con ogni tipo di relax.

lunedì, giugno 11, 2018

Ma a proposito delle birre acide

Birre acide e Sour Festival, quello di Reggio Emilia. In proposito vale quel che scrivevo un anno fa, un anno è passato e niente è cambiato. Comunque qui c'è il racconto aggiornato di Thomas, e per il resto c'è la colonna sonora di quei due giorni di devianza. Adesso torniamo alle fiere vinose, sì.

mercoledì, maggio 30, 2018

Parabole monetarie

Di là, dall'altra parte, cioè su quell'altro blog che curo come una creatura, ritorno a parlare di soldi, elencando alcuni motivi per i quali non è giusto considerare il vino come un bene "costoso" in sé. Il prezzo del vino in realtà è basso, spesso bassissimo. E allora, come mai alcune bottiglie finiscono per avere certi prezzi? La domanda contiene un indizio sulla risposta: "alcune".

Alcune sono costose: spesso sono esattamente quelle oggetto del nostro desiderio. Quindi si innescano facili meccanismi di domanda, offerta, e il mercato, e lo spread (ecco, non volevo dirlo, ma c'è scappato).

Poi c'è anche la parabola del buon produttore, che è un argomento riciclato dalle mie chiacchiere in enoteca.
C’era una volta un buon produttore di vino: immaginate di essere lui. Da circa un ettaro di vigna produceva un ottimo rosso, in una tiratura limitata. Diciamo – per fare un esempio – cinquemila bottiglie. Certo sono poche (da quello stesso ettaro Tavernello tira fuori tre volte tanto) ma ve l’avevo detto, quel vino è ad alto livello, poi le vigne sono vecchissime, scarsamente produttive, eccetera. Mette in vendita la prima annata prodotta a 5 euro più Iva la bottiglia. Per un vino così, garantisco, è un prezzo assai basso, e il nostro buon produttore vende tutto entro l’estate successiva alla vendemmia. Al punto che si rende conto, dovendo rifiutare tutti gli ordini successivi, che forse ha sbagliato qualcosa: ha sbagliato il prezzo di uscita. 
L’anno dopo non si fa trovare impreparato. Lo stesso ottimo rosso esce a 7 euro più Iva. Aumento considerevole, eppure succede un fatto strano, quasi come l’anno precedente le scorte si esauriscono a ottobre – e il nostro buon produttore passerà il suo tempo a scusarsi coi clienti vecchi e nuovi che riordinerebbero volentieri, ma per loro non c’è più nulla.
Insomma, arriva la terza vendemmia, e stavolta il nostro vigneron parte deciso: si vende a 10 euro più Iva. Che diamine, ormai è raddoppiato, come il suo fatturato, ma almeno così sarà disponibile fino alla vendemmia successiva. E invece no: entro Natale è tutto esaurito. Cos’è successo? Ancora una volta, il buon produttore ha sbagliato il prezzo di uscita del suo vino.
Ora che la parabola è finita, ci chiediamo (e vi chiediamo): voi, al posto suo, che fate l’anno dopo? Chiaro che questo gioco non potrà ripetersi all’infinito, presto o tardi il buon produttore troverà la cifra di mercato adatta al meccanismo della richiesta relativa all’offerta – però insomma, avete capito.

giovedì, maggio 17, 2018

L'assaggiatore confuso

Quando mi chiedono "tu che mestiere fai", se sono nel mood zuzzurellone rispondo "l'assaggiatore di vino". Che è uno dei lavori che faccio, ma hey, suona sempre così bene. Sulla carta d'identità c'è scritto "commerciante" e in effetti quello sono, ed essere assaggiatore di vino è collegato alla mia funzione di venditore di vino. S'era capito, va be'. Comunque avrei potuto rispondere anche in modo più cazzaro, se ero dell'umore (e lo sono spesso) tipo "content manager per intravino dot com", che è vero pure quello. Potevo pure fare peggio, dire "autore", "critico enologico", "blogger" (oggesù) ma per la verità resto un commerciante. Ultimamente mi piaceva dire bottegaio ma anche questa parola se la sono presa quelli più cazzari di me, i canali della grande distribuzione o altri luoghi alienanti di cui non farei il nome (Eataly), quindi adesso ritorna in voga commerciante. Io sono tutte quelle altre robe là, ma da vero commerciante ho appena finito di spazzare la strada qua fuori l'enoteca (a proposito, signora del piano di sopra: la finisce di buttare pane ai piccioni?) e adesso metto i panni del social media manager di me stesso. Confusi? Sapeste io.

E a proposito di lavori, questo periodo è denso di impegni. Sto ultimando le schede per la Guida Essenziale, (io curo la Liguria), e intanto ci sono numerose fiere di settore data la stagione favorevole. Passo gran parte del tempo a scrivere cose come "giallo paglierino brillante, naso ampio e fragrante tra i fiori di campo, agrumi e salvia, in bocca ha tensione e morbidezza, lungo sulla viva traccia salina a dare equilibrio" (e indovina la denominazione).

Agli assaggi per la guida fanno da contraltare, in alcune fiere, gli assaggi di vini molto caratteriali, e variamente declinati sull'imperscrutabile protocollo del vino naturale - che nessuno sa cos'è, tant'è che molti produttori di vino naturale negano di produrre vino naturale. Confusi? Sapeste io. Sia come sia, da assaggiatore quale sono, allineato e pettinato, tutto precisino sui descrittori canonici dell'accademia dell'assaggio, ormai sono scisso. Ieri avevo nel bicchiere un bianco che adoro, ma purtroppo (o per fortuna) totalmente estraneo ai descrittori dell'accademia. Si ripete, per l'ennesima volta, il fatto a lungo descritto anche nell'ultimo corso tenuto qua a Genova: il vino naturale non è irregimentato nei canoni. Tutto è anarchico, tutto quanto sapevamo è inadeguato a contenerlo, siamo in terra incognita, mare aperto, siamo allo sbando, insomma arrangiatevi. Confusi? Eccetera.

La confusione, il sentirsi sperduti, è attenuato solo raramente da qualche tipo di luce in fondo al tunnel, quando per esempio assaggio un vino da guida perfetto (e infatti è nella guida), che peraltro ritrovo in rassegne sui vini naturali. Come a dire che una composizione, un equilibrio forse è possibile, forse ce la faccio a farcela. Resto confuso ma con una speranza.

venerdì, aprile 27, 2018

Una volta, nei blog

Una volta, nei blog, c'era il blogroll, cioè una lista di altri blog che l'autore leggeva, e consigliava. Questo blog che leggete adesso ne ha ancora uno, a riprova del fatto che è arcaico. Poi, una volta, ogni tanto, si parlava di un altro blog perché il blogroll da solo non bastava, e bisognava dire due parole in più.

In questo post che leggete adesso succede esattamente quello: Una Birra Al Giorno è da molto tempo una delle mie letture preferite. È un blog molto classico, è tenuto in modo encomiabile, con competenza profonda, attenzione, ed è una specie di miniera inesauribile di dati se uno vuole sapere qualcosa del birramondo, che è sterminato e profondissimo. Non so chi sia il gestore, non dice quasi niente di sé e pure questo è molto proto-bloggish, in fondo un tempo eravamo tutti un po' meno ombelicali. Ci andava solo di raccontare cose.

Avrei potuto segnalarlo molto tempo fa, ma oggi leggendo questo post, che forse è solo un po' più intimo di altri (mi pare, è una sensazione), è tornato in me quell'antico spirito di condivisione. Che è anche un modo di ribadire un concetto: un certo modo di essere blogger never dies.